Nelle sere d'agosto, quando fa proprio un gran caldo l'ora non è mai tarda.
Con il Barni, amico d'adolescenza e zingarate, si chiacchierava tra uno sciroppo di menta e un'orzata diaccia marmata, ma non c'era neppure la lucidità di trovare un argomento decente. Quella volta l'unico spunto brillante fu quello di spulciare tra i libri del nonno ottaugenario. Ne ricordo uno in particolare. Era un libro di scuola, un sussidiario? Forse qualcosa di più..ma non ricordo bene. Per farla breve ci tennero svegli le pagine di geografia. Per ogni continente era concessa una paginetta o poco più. Eccetto il nostro, ovviamente. La trattazione era didatticamente efficace, quasi schematica. Non c'era pericolo di sbagliare. In fondo ad ogni capitoletto, dopo la descrizione naturalistica l'autore sentenziava: "Africa. La cultura dell'Africa è poca. Asia. La cultura dell'Asia è poca".
Oggi anche il più duro dei razzisti potrebbe difficilmente sostenerlo. Altri tempi?

Tutti sappiamo che africani e asiatici hano una cultura millenaria degna di massimo rispetto. In qualche modo il diverso è accettato. Neri ed ebrei, visigoti e marocchini, albanesi ed armeni fanno ormai parte della nostra società multietnica e globalizzata.
A me vanno tutti bene. Anzi benissimo. Evito di dire negro, e parlo di uomo di colore, non parlo di handicappato ma di diversamente abile. Lascio da parte cieco: meglio non vedente o ipovedente.
Creo spazi per disabili, numeri di telefono per le vittime del razzismo, corsi per immigrati, mostre interculturali aperte a diverse forme di espressione.
Ma quanti sono i diversi che conosco? A volte ho l'impressione che la mia "cultura" sia talmente buona da rendere insignificante quella degli altri. Talvolta ho l'impressione che sull'altare del "benessere", ad esempio, siano sacrificati i più deboli. O che in nome di quello stesso "benessere" sia assolutamente necessario "educare" i fratelli più poveri.
"Lucien nacque con un handicap molto grave...
I primi trentanni della sua vita li visse con la madre.
Con lei era al sicuro e viveva in pace.
Poi un giorno la mamma si ammalò e fu necessario ricoverarla.
Anche Lucien venne messo in un ospedale, ma diverso. Si trovò brutalmente affogato in un mondo totalmente ignoto
.. e cominciò a gridare tutto il giorno.
Alla fine arrivò nella nostra comunità.
Non riuscivamo a calmarlo.
Quel grido di angoscia di Lucien era molto aspro,
e mi si ripercuoteva profondamente dentro, in zone segrete del mio essere, risvegliando la mia stessa angoscia. Sentivo allora affiorare in me della collera, e subito dopo anche dell'odio e della violenza. Sarei stato capace di tutto pur di farlo tacere.
Una cosa difficilissima da vivere.
E non mi riferisco soltanto all'angoscia di Lucien. Mi riferisco anche alla rivelazione di ciò che avveniva dentro di me, cioè alla scoperta che io, che pure avevo per vocazione di vivere con i deboli, sarei stato capace di fargli del male (..)
Fa spavento quando si scopre dentro di sè questa capacità di odio e di violenza e si capisce quanto siamo fragili. E siccome è una cosa difficile da guardare in faccia, allora diventa forte la tentazione di scappare da quelli che ci rivelano la profondità della nostra ferita.
E' qui l'origine di tutti i razzismi, di tutti i rifiuti e di tutte le esclusioni.
Se nego le mie ferite , negherò anche le ferite degli altri e li allontanerò dalla mia strada, perchè non mi costringano a pensarci.
Ma allora, il mistero del povero è che egli rivela, nello stesso tempo, il pozzo di tenerezza e tutte le durezze che sono nel nostro cuore, tutte le nostre ferite".
Jean Vanier, Alla Sorgente delle Lacrime, San Paolo, 2003.
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